L’intelligenza artificiale nelle scommesse sportive

In uno dei post precedenti abbiamo fatto un accenno agli algoritmi segreti e intricatissimi con cui le varie piattaforme di gioco online assicurano che non ci siano trucchi, cioè che non venga favorito questo o quel giocatore, e soprattutto che le dinamiche di gioco rispecchino il più possibile quella aleatorietà, quella casualità imprevedibile che noi dal vivo chiamiamo fortuna (o sfortuna, a seconda dei punti di vista).

C’è da dire, nonostante le solite polemiche e i sospetti di chi perde, che le agenzie di scommesse online sono piuttosto brave nel fare tutto ciò, quindi dal lato della liceità e dell’imparzialità si può stare tranquilli. C’è però un altro ambito non meno importante in cui a quanto pare le cose non vanno altrettanto bene, quello dell’Intelligenza Artificiale.

Di intelligenza artificiale si parla da anni, praticamente da quando è nato il primo computer, e benché si siano fatti passi avanti, molti avrebbero giurato che a quest’ora avremmo avuto droidi capaci di confondersi tra gli umani. Invece la vetta maggiore l’abbiamo raggiunta quando una macchina, l’AlphaGo di Google, ha battuto al gioco del Go il campione del mondo in carica. Tutto questo ci interessa perché a quanto pare l’industria delle scommesse a livello globale sta aumentando il suo fatturato grazie all’uso dell’AI (artificial intelligence) per prevedere le abitudini dei singoli scommettitori e personalizzare di volta in volta le promozioni, tenendo così ancora più ancorati i giocatori. Le fonti di questa informazione sarebbero persone del settore.

Abbiamo la certezza che tutto questo stia accadendo veramente? Ovviamente no. Quel che è certo è che non sarebbe impossibile. I siti e le applicazioni per scommettere online, oltre ad avere budget da capogiro, hanno la tecnologia necessaria per intrattenere i propri utenti, che consiste per l’appunto nell’intelligenza artificiale. Vale a dire l’intelligenza artificiale è la condizione necessaria per la loro sopravvivenza, è il cervello che simula il caso, che a sua volta è ciò contro cui scommette il giocatore. Che siano dotate e facciano uso di intelligenza artificiale è fisiologico, ma il modo in cui poi la utilizzino è tutta un’altra storia.

Inoltre, le agenzie di scommesse non sono le uniche che potrebbero fare un uso non esattamente equo e solidale dell’intelligenza artificiale. Teoricamente, grazie ai cosiddetti Big Data, un privato con la tecnologia adatta potrebbe utilizzare le enormi informazioni in suo possesso per farle interpretare dall’AI e prevedere così il risultato di una partita. Non stiamo parlando di una cosa semplice tipo controllare quante volte quella squadra ha perso contro quell’altra negli ultimi cinque anni; parliamo di incrociare una quantità di dati stellare, statistiche microscopiche di ogni singolo giocatore da incrociare le une con le altre infinite volte. Non è comunque un metodo infallibile perché le informazioni a disposizione non sono mai del tutto complete (per esempio non possiamo sapere se l’attaccante di punta di una squadra sia stato mollato la sera prima dalla moglie), ma qualcuno sostiene che così facendo nel lungo periodo saranno più le volte in cui i bookmaker ci pagheranno che quelle in cui avremmo perso la posta.

Insomma, l’intelligenza artificiale sta cominciando a cambiare il modo in cui percepiamo la realtà che ci circonda. Sta a noi decidere che uso farne, vegliare per impedire che il progresso della scienza e della tecnica si rivolti, ancora una volta, contro di noi. Un argomento lungamente discusso che torna in voga nell’era dei social, del betting online, dei big data e delle violazioni sulla privacy. Forse sarebbe il caso di chiamare in causa Philip K. Dick o Asimov per aiutarci a illuminare il cammino nella direzione giusta, ma il timore è che sia più adatto 1984 di Orwell.

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